
“È meglio di niente.”
“Nessuno mi vuole, ma l’AI sì.”
Non sono affermazioni estreme. Riflettono qualcosa che sta diventando sempre più evidente: per molte persone, i chatbot non sono più solo strumenti, ma una forma di compagnia. Si usano per parlare, per sfogarsi, per riempire momenti vuoti, per sentirsi ascoltati. In un contesto in cui la solitudine è in aumento, è facile capire perché.
Allo stesso tempo, emerge una domanda meno immediata: è possibile che qualcosa che ci fa stare meglio nel momento contribuisca, nel tempo, a farci sentire più soli?
L’uso sociale dei chatbot
Negli ultimi anni, i chatbot sono entrati nella quotidianità. Non vengono usati solo per lavoro o per cercare informazioni, ma anche per conversare. Nel Regno Unito circa un terzo degli adulti ha utilizzato l’AI per supporto emotivo o interazione sociale1, e in Italia percentuali elevate si osservano soprattutto tra i più giovani2.
Ciò che conta non è solo quanto vengono usati, ma come. Sempre più spesso servono per raccontare la propria giornata, chiedere consigli o semplicemente tenere una conversazione. Non è solo un cambiamento nell’uso della tecnologia, ma nel modo in cui viviamo l’interazione. In alcuni casi, non stiamo più solo usando l’AI: stiamo iniziando a relazionarci con essa.
Perché funzionano
Il motivo è semplice. I chatbot sono sempre disponibili, rispondono in modo coerente e non giudicano. Eliminano molte delle difficoltà tipiche delle relazioni: niente imbarazzo, niente interruzioni, nessun rischio di essere rifiutati. Questo rende più facile aprirsi.
La ricerca3 conferma questa percezione. Dopo aver interagito con un chatbot, molte persone si sentono meno sole, a volte in modo simile a quanto accade dopo una breve interazione umana . Il sollievo è reale, e spiega perché queste interazioni possano diventare abituali.
Ma stare meglio nel momento non significa necessariamente stare meglio nel tempo.
Simulazione e relazione
La differenza emerge guardando più da vicino cosa c’è – e cosa non c’è – in queste interazioni. I chatbot possono generare risposte che sembrano empatiche e attente, ma non provano emozioni né hanno una prospettiva propria.
Per questo si parla di una “illusione di comprensione, empatia e cura”4 . Funziona, soprattutto nei momenti in cui si ha bisogno di sentirsi ascoltati. Ma nel tempo diventa più evidente ciò che manca.
Le relazioni umane non si basano solo sull’essere ascoltati, ma su uno scambio reciproco: due prospettive che si sviluppano nel tempo attraverso una vulnerabilità condivisa. Con un chatbot, questo scambio resta unidirezionale. Si può condividere molto, ma dall’altra parte non c’è una reale partecipazione.
Questo diventa rilevante nel lungo periodo. Se nel breve le interazioni possono migliorare l’umore, nel tempo emerge un pattern diverso: chi utilizza di più i chatbot per interazioni sociali tende a sentirsi più solo . Allo stesso tempo, chi si sente solo è più portato a usarli. Si crea così un circolo che tende a rinforzarsi.
Anche un contatto minimo fa la differenza
A fare la differenza non è tanto la qualità della risposta, quanto il fatto che dall’altra parte ci sia una persona. In uno studio5, anche uno scambio quotidiano di pochi messaggi con uno sconosciuto è stato sufficiente a ridurre la solitudine nel tempo, mentre l’interazione con un chatbot non ha prodotto lo stesso effetto .
Non serve una relazione profonda. Conta il fatto che sia reale.
Elementi che spesso diamo per scontati diventano centrali: la reciprocità, l’attenzione condivisa, il fatto che qualcuno scelga di rispondere. Nell’interazione umana non si riceve solo attenzione, la si dà. E una risposta non è mai scontata, proprio per questo ha valore.
L’attenzione umana è limitata, e per questo pesa. Una risposta non è solo contenuto: è un atto.
Quando l’AI diventa l’opzione più semplice
Detto questo, non è solo una questione di scelta. Non tutti hanno accesso a relazioni significative. Alcune persone si sentono escluse, invisibili o fuori posto. In questi casi, parlare con un chatbot può non sostituire una relazione, ma essere l’unica forma di interazione disponibile.
Le possibilità di connessione online esistono. Social, forum, comunità basate su interessi o esperienze condivise. Eppure, spesso si finisce comunque a parlare con un chatbot. Può essere perché entrare in un gruppo richiede uno sforzo, perché anche online ci si può sentire fuori posto, o semplicemente perché un chatbot non fa mai sentire di essere di troppo.
Non c’è una soluzione semplice. Ma vale la pena porsi una domanda: se anche un contatto umano minimo può fare la differenza, cosa servirebbe per renderlo più accessibile?
Cosa distingue una relazione umana
I chatbot non sono necessariamente un problema. Possono essere utili per riflettere, organizzare pensieri o affrontare momenti difficili. Possono aiutare a mettere in parole ciò che altrimenti resterebbe confuso.
La differenza sta nel ruolo che assumono. Quando facilitano la connessione tra persone, possono essere utili. Quando la sostituiscono, rischiano di rafforzare ciò che nel breve aiutano ad alleviare.
L’uso crescente dell’AI come compagnia evidenzia un bisogno reale. Le persone cercano connessione, continuità e risposta. Per chi utilizza i chatbot in questo modo, è importante mantenere consapevolezza della differenza rispetto a una relazione umana. Non è una questione di quanto l’interazione sia utile o piacevole, ma di ciò che manca: reciprocità, vulnerabilità condivisa e la presenza di un’altra persona che esiste al di là dell’interazione stessa. In uno scambio umano, una risposta non è solo contenuto: è un atto. Riflette attenzione, intenzione e il fatto che qualcuno abbia scelto di esserci.
Allo stesso tempo, la questione non è solo individuale. Se anche forme minime di contatto umano possono fare la differenza, la sfida è anche sociale: come rendere queste interazioni più accessibili, senza renderle più complesse? E come creare contesti in cui contattare qualcuno sia semplice quanto aprire una chat?
Per approfondire
Frontier AI Trends Report – Analizza i primi segnali dell’impatto sociale dell’AI, evidenziando l’uso crescente per supporto emotivo e interazione sociale, insieme a un aumento della fiducia anche in contesti più complessi. https://www.aisi.gov.uk/frontier-ai-trends-report
Rapporto Save the Children su adolescenti e AI – Mostra come il 41,8% degli adolescenti si sia rivolto all’AI nei momenti di tristezza, solitudine o ansia, e oltre il 42% per ricevere consigli su decisioni importanti. https://www.savethechildren.it/press/il-418-degli-adolescenti-si-e-rivolto-ailintelligenza-artificiale-chiedere-aiuto-quando-era
How Does Turning to AI for Companionship Predict Loneliness and Vice Versa? – Esamina la relazione tra uso dell’AI e solitudine nel tempo, evidenziando un possibile circolo tra sollievo immediato e isolamento crescente. 10.31234/osf.io/bq7v3_v2
Is a Random Human Peer Better Than a Highly Supportive Chatbot in Reducing Loneliness Over Time? – Confronta interazioni quotidiane con chatbot e con persone, mostrando come anche contatti umani minimi possano avere un impatto maggiore. 10.31234/osf.io/hfcn7_v1
Alone Together – Analizza come la tecnologia modifichi le relazioni e perché la connessione digitale possa convivere con un aumento della solitudine.
Loneliness Matters: A Theoretical and Empirical Review – Offre una panoramica sul fenomeno della solitudine e sul ruolo centrale delle relazioni umane nel benessere.
- Frontier AI Trends Report
https://www.aisi.gov.uk/frontier-ai-trends-report ↩︎ - Save the Children
https://www.savethechildren.it/press/il-418-degli-adolescenti-si-e-rivolto-ailintelligenza-artificiale-chiedere-aiuto-quando-era ↩︎ - Folk, Dunigan & Dunn, Elizabeth. (2025). How does turning to AI for companionship predict loneliness and vice versa?. 10.31234/osf.io/bq7v3_v2. ↩︎
- Shteynberg, G., Halpern, J., Sadovnik, A., Garthoff, J., Perry, A.,
Hay, J., Montemayor, C., Olson, M. A., Hulsey, T. L., &
Fairweather, A. (2024). Does it matter if empathic AI has
no empathy? Nature Machine Intelligence, 6, 496–497. ↩︎ - Li, Ruo-Ning & Folk, Dunigan & Singh, Abhay & Ungar, Lyle & Dunn, Elizabeth. (2025). Is a Random Human Peer Better than a Highly Supportive Chatbot In Reducing Loneliness Over Time?. 10.31234/osf.io/hfcn7_v1 ↩︎
