Stiamo smettendo di parlare? Il “Gen Z stare” e le 300 parole che perdiamo ogni anno

Il “Gen Z stare” è diventato un fenomeno virale sui social: un’espressione vuota e silenziosa, spesso attribuita ai più giovani, in risposta a una domanda o a una normale interazione quotidiana. Nei video, un cliente chiede qualcosa al bar e riceve in cambio uno sguardo immobile, un gesto verso un cartello o poche parole.

Come accade spesso con i contenuti che mettono una generazione contro l’altra, il rischio è trasformare una caricatura in una diagnosi. Uno sguardo non ci dice se una persona sia scortese, ansiosa, distratta, stanca o semplicemente incerta su cosa rispondere. E la Generazione Z non è un gruppo omogeneo.

Eppure, dietro il meme potrebbe esserci una domanda interessante: stiamo davvero parlando meno?

Una recente ricerca suggerisce di sì. Ma ciò che sappiamo è più complesso — e più interessante — di una semplice accusa ai giovani o agli smartphone.

Ogni anno 338 parole in meno al giorno

Le psicologhe e gli psicologi Valeria Pfeifer e Matthias Mehl hanno analizzato dati raccolti in 22 studi condotti tra il 2005 e il 2019. Il campione comprendeva 2.197 persone tra i 10 e i 94 anni, residenti soprattutto negli Stati Uniti, ma anche in Messico, Australia ed Europa (Pfeifer & Mehl, 2026).

I partecipanti portavano con sé un dispositivo che registrava brevi frammenti dei suoni ambientali nel corso della giornata. Questo metodo ha consentito di stimare quante parole pronunciassero nella loro vita quotidiana, invece di affidarsi soltanto ai ricordi o alle autovalutazioni.

Il risultato ha sorpreso gli stessi ricercatori: tra il 2005 e il 2019, a ogni anno trascorso corrispondevano in media 338 parole pronunciate in meno al giorno. Nell’intero periodo, la riduzione stimata è stata di circa il 28% (Pfeifer & Mehl, 2026).

Trecento parole possono sembrare poche. Sono forse due o tre minuti di conversazione. Ma possono anche essere un saluto al vicino, due battute con una collega, una domanda fatta alla persona seduta accanto a noi o una risposta un po’ più completa a “Come stai?”.

La riduzione era più marcata sotto i 25 anni. Nel gruppo più giovane la stima era di 451 parole in meno al giorno per ogni anno trascorso, contro 314 tra le persone con più di 25 anni. In altre parole, il calo stimato era circa il 44% più rapido tra adolescenti e giovani adulti (Pfeifer & Mehl, 2026).

Cosa dimostra davvero lo studio

Il dato è importante, ma occorre interpretarlo con cautela.

La ricerca mostra una tendenza temporale, non una relazione di causa-effetto. Non dimostra che siano stati gli smartphone, i social media, le chat o i chioschi automatici a farci parlare meno. Gli autori osservano che il periodo studiato coincide con la crescita della comunicazione digitale, ma riconoscono che i dati non permettono di stabilire se le parole pronunciate siano state sostituite da parole scritte.

Inoltre, non sono state seguite le stesse persone per quattordici anni. Le stime provengono da diversi studi riuniti in un’unica analisi e potrebbero risentire delle differenze tra i campioni e i contesti osservati.

C’è poi un altro dettaglio fondamentale: i dati terminano nel 2019. Non possono quindi dirci quale effetto abbiano avuto la pandemia, la didattica a distanza o la diffusione successiva del lavoro da remoto. Collegare direttamente il calo alla pandemia, come talvolta accade nel dibattito sul “Gen Z stare”, è al momento un’ipotesi e non una conclusione di questa ricerca.

Il dato descrive dunque un cambiamento reale nelle osservazioni raccolte, ma non ne identifica con certezza le cause.

Quando parlare diventa facoltativo

Per gran parte della storia, molte attività quotidiane richiedevano una conversazione. Per ordinare un pasto, comprare un biglietto, chiedere indicazioni o risolvere un dubbio era necessario rivolgersi a un’altra persona.

Oggi molte di queste interazioni possono essere evitate. Possiamo ordinare da un’app, pagare a una cassa automatica, seguire il navigatore, scrivere un messaggio invece di telefonare o chiedere a un sistema di intelligenza artificiale un’informazione che prima avremmo cercato attraverso qualcuno.

Ogni singola scelta appare pratica e spesso lo è davvero. Un messaggio permette di riflettere prima di rispondere; un’app può essere più accessibile per chi prova ansia sociale, ha difficoltà linguistiche o necessita di comunicare secondo tempi diversi. Il punto non è stabilire che parlare sia sempre meglio e scrivere sempre peggio.

La questione emerge quando osserviamo l’effetto cumulativo: quali esperienze scompaiono quando eliminiamo sistematicamente le piccole conversazioni?

Parlare non equivale a scrivere

Una conversazione dal vivo richiede di ascoltare, ricordare ciò che è stato detto, interpretare tono e pause, scegliere le parole e adattare la risposta in tempo reale. Nel testo, invece, possiamo fermarci, correggere il messaggio e rileggere ciò che precede.

I due canali non sono necessariamente in competizione e possono svolgere funzioni diverse. Tuttavia, alcune ricerche mostrano che non producono sempre la stessa esperienza di connessione.

Kumar ed Epley (2021) hanno confrontato interazioni tramite voce, video e testo. Le conversazioni che includevano la voce generavano legami sociali più forti di quelle scritte, senza risultare più imbarazzanti di quanto i partecipanti temessero. Le persone, però, tendevano a sottovalutare i benefici della voce e a preferire il testo proprio perché immaginavano la telefonata come più scomoda.

È un piccolo paradosso della comunicazione digitale: scegliamo il canale che riduce l’attrito immediato, ma talvolta anche alcuni degli elementi che favoriscono la vicinanza.

Il valore delle conversazioni “inutili”

Non tutte le relazioni significative sono intime. Anche i cosiddetti legami deboli — conoscenti, vicini, colleghi incontrati occasionalmente o persone che vediamo nei luoghi abituali — possono contribuire al benessere.

Sandstrom e Dunn (2014) hanno osservato che le persone riferivano maggiore felicità e un più forte senso di appartenenza nei giorni in cui interagivano più del solito con conoscenti e altri legami periferici.

Anche parlare con sconosciuti può essere più piacevole di quanto immaginiamo. In una serie di esperimenti su treni, autobus, taxi e sale d’attesa, chi veniva invitato a iniziare una conversazione riportava un’esperienza più positiva rispetto a chi restava in solitudine. Prima di provarci, però, le persone prevedevano l’opposto e tendevano a sottostimare la disponibilità degli altri a interagire (Epley & Schroeder, 2014).

Questi scambi non devono essere profondi. La loro importanza può risiedere proprio nella frequenza e nella leggerezza: ci ricordano di far parte di un ambiente sociale e ci permettono di esercitare ascolto, reciprocità e adattamento.

Parlare meno danneggia il cervello?

L’articolo del Washington Post da cui nasce questa riflessione propone una domanda provocatoria: se parlare coinvolge attenzione, memoria di lavoro, accesso alle parole, coordinazione motoria e interpretazione sociale, una diminuzione delle conversazioni potrebbe ridurre una forma quotidiana di esercizio cognitivo? (Cha, 2026).

È una domanda plausibile, ma non ancora una risposta scientifica.

Le difficoltà linguistiche possono essere un segnale di cambiamenti neurologici, mentre numerosi studi associano l’isolamento sociale a risultati cognitivi peggiori, soprattutto in età avanzata. Una revisione sistematica e meta-analisi di studi longitudinali ha rilevato una piccola associazione tra maggiore partecipazione sociale o reti sociali più ampie e un migliore funzionamento cognitivo nella vita adulta avanzata (Evans et al., 2019).

Questo, però, non dimostra che pronunciare meno parole causi declino cognitivo, né che usare una cassa automatica o inviare messaggi aumenti il rischio di demenza. Parlare meno, essere socialmente isolati e sentirsi soli sono fenomeni distinti. Possono sovrapporsi, ma non sono intercambiabili.

La spiegazione potrebbe anche procedere nella direzione opposta: problemi di salute, depressione, difficoltà uditive o cambiamenti cognitivi possono ridurre le occasioni di conversazione. È quindi necessario evitare conclusioni allarmistiche.

Non è un problema della sola Generazione Z

Definire il fenomeno “Gen Z stare” rende il tema riconoscibile, ma può anche distorcere la discussione.

Il calo osservato da Pfeifer e Mehl riguardava anche le persone sopra i 25 anni. La tecnologia potrebbe avere un ruolo, ma gli autori ipotizzano cambiamenti sociali più ampi: meno luoghi di aggregazione, più attività svolte in autonomia e una trasformazione delle norme su quando sia appropriato rivolgere la parola a chi non conosciamo.

Inoltre, interpretare il silenzio di una persona giovane come disinteresse o incompetenza rischia di ignorare ansia, neurodivergenze, differenze culturali, inesperienza lavorativa e gli effetti di anni in cui molte interazioni si sono spostate online.

Più che chiedere “Che cosa c’è che non va nei giovani?”, potremmo domandarci: quali ambienti abbiamo costruito e quali forme di comunicazione stiamo rendendo più facili o più difficili per tutti?

Recuperare 300 parole senza demonizzare la tecnologia

Non serve trasformare ogni silenzio in un problema né obbligare le persone a conversare. La solitudine scelta può essere positiva e la comunicazione scritta può offrire controllo, inclusione e tempo per pensare.

Possiamo però evitare che la comodità diventi automatismo. Alcuni piccoli esperimenti quotidiani possono aiutarci:

  • rispondere a “Come stai?” con una frase in più;
  • salutare una persona che incontriamo abitualmente;
  • fare una domanda autentica a una collega o a un vicino;
  • scegliere una telefonata quando l’obiettivo è sentirsi vicini, non soltanto scambiare informazioni;
  • lasciare ogni tanto il telefono in tasca durante un’attesa condivisa;
  • creare, a scuola e al lavoro, occasioni di conversazione che non siano valutative o forzate.

Non si tratta di raggiungere una quota giornaliera. Le 300 parole sono una stima media, non una prescrizione terapeutica.

Il loro valore sta nell’immagine che evocano: pochi minuti di voce possono contenere un saluto, una curiosità, una risata o l’inizio di una relazione. La tecnologia ci permette di evitare molte piccole frizioni sociali. La sfida è capire quali meritino davvero di essere eliminate e quali, invece, siano parte di ciò che ci tiene connessi.

Il “Gen Z stare” può restare un meme. Ma la diminuzione delle conversazioni merita qualcosa di più di una battuta generazionale: merita attenzione, ricerca e forse qualche parola in più.


Per approfondire

La ricerca di Pfeifer e Mehl analizza la diminuzione delle parole pronunciate tra il 2005 e il 2019. Gli studi di Epley, Kumar, Sandstrom e colleghi approfondiscono invece il valore della voce, delle conversazioni con sconosciuti e dei legami deboli.

Riferimenti

Cha, A. E. (2026, September 3). The “Gen Z stare” — and the decline of saying things out loud. The Washington Post. https://www.washingtonpost.com/health/2026/09/03/gen-z-stare-decline-saying-things-out-loud/

Epley, N., & Schroeder, J. (2014). Mistakenly seeking solitude. Journal of Experimental Psychology: General, 143(5), 1980–1999. https://doi.org/10.1037/a0037323

Evans, I. E. M., Martyr, A., Collins, R., Brayne, C., & Clare, L. (2019). Social isolation and cognitive function in later life: A systematic review and meta-analysis. Journal of Alzheimer’s Disease, 70(s1), S119–S144. https://doi.org/10.3233/JAD-180501

Kumar, A., & Epley, N. (2021). It’s surprisingly nice to hear you: Misunderstanding the impact of communication media can lead to suboptimal choices of how to connect with others. Journal of Experimental Psychology: General, 150(3), 595–607. https://doi.org/10.1037/xge0000962

Pfeifer, V. A., & Mehl, M. R. (2026). Sliding into silence? We are speaking 300 daily words fewer every year. Perspectives on Psychological Science, 21(4), 447–449. https://doi.org/10.1177/17456916261425131

Sandstrom, G. M., & Dunn, E. W. (2014). Social interactions and well-being: The surprising power of weak ties. Personality and Social Psychology Bulletin, 40(7), 910–922. https://doi.org/10.1177/0146167214529799